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Full text of "Discorso intorno ad alcune traduzioni di Pindaro"







U&?44- 




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I 



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http://archive.org/details/discorsointornoaOOpetr 



DISCORSO 



INTORNO AD ALCUNE TRADUZIONI 



DI PINDARO 



D I 



GIOVANNI PETRETTINI 



VENEZIA 

TIPOGRAFIA PIGOTTI 
I 8 I 5 



l\ òn vi ha per avventura alcuno tra quelli, che aspirano alla 
fama di critici valenti, il quale, se gli cada in proposito il far 
parole di Pindaro, non lo esalti qual nobile, nervoso, sublime 
scrittole, pieno di altezza ne' concetti, di magnificenza nel di- 
re, di prodigiosa fecondità nelle cose e nelle parole. Quell' 
apparente e studiata disordinazione delle sue Ode, quella stes- 
sa asprezza del verso e negletta armonia, quella poco accura- 
ta maniera di non sempre finire il periodo ed il pensiero 
quando l' ordine del metro il domanda, è stata dalla più par- 
te dei dotti tenuta, come un ardimento felice, che tutto co- 
spira a dar più vista e virtù, all'eminenti sue doti. Non per 
tanto il principe de' Lirici di queste lodi non pago, che ognu- 
no da Dionigi di Alicarnasso ha tradotte, pareva domandare 
le cure di un illustrator diligente. Ed in vero non sappiamo 
per qual fato avverso, la scarsezza di commentatori e d' inter- 
preti, ha conceduto sin qui al divino poeta ben pochi lettori. 
Ma dopo le recenti cure del celebre Heyne, di alquanta luce 
si rischiararono le tenebre, che avvolgevano per lo innanzi il 
tebano cantore, e col benefizio di quella scorta, alcuni uomini 
di meravigliosa fermezza dotati nello studio delle greche lette- 
re, tentarono di renderlo noto, con ottime traduzioni , ai loro 
concittadini. Altri avendo nell'animo di recar piacere a tutte 
le colte persone del mondo, stimarono meglio di voltarlo in 
versi latini, facilitandone per tal modo l'intendimento, e fa- 
cendolo gustare a tutti quelli, che ignari delle greche muse, 
coltivano con fervido amore quelle del Lazio. L'Italia sem- 
pre maestra d'ogni bella impresa molto innanzi a quest'epoca 
vide uscire nel suo seno non poche versioni,* ma di quelle ai 



4 
presente non toccheremo, essendo nostro disegno di ragiona- 
re innanzi a tutto della prima Nemea recata in versi italiani 
dal sig. Porto, e della traduzione di tutto Pindaro, in metri 
Oraziani, dal sig. Costa. 

La prima Nemea scritta in onore di Cromio Etneo, è una 
certamente fra le più splendide, che l'entusiasmo di Pindaro 
abbia dettate. E noi, nello scorrere la traduzione del sig. Por- 
to, l' abbiamo giudicata messa in versi italiani con qualche 
felicità. Di lode, se non altro, egli è certamente degnissimo, 
per essersi fatto ad additare qual genere di studj debbano se- 
guire, e quali autori avere tra le mani tutti i giovani suoi pa- 
ri . Senza che, ci è paruto scorgere ne' suoi versi un qualche 
sapore di lingua, ed alle volte anche abbiamo avvertita una 
sufficiente eleganza di frase poetica. Il genere del metro ezian- 
dio per lui scelto, è certo acconcio a sostenere tutta V altezza 
dell'originale. E siaci lecito qui di notare, che a noi non va 
in grado la sentenza di quelli, che ogni metro stimano idoneo 
a qualunque genere di poesia; ove questi si fossero sperimen- 
tati di mettere le Georgiche di Virgilio nel metro Alcaico di 
Orazio, mutata opinione, s avvederebbero al certo, che se il 
solo metro per se forse non basta a dar carattere e impronta 
ad un dato genere di poesia, può nondimeno operare, che 
quello stesso genere di poesia travisato sotto altro metro non 
conveniente, perda la metà forza e valore, e giunga perfino a 
nojare talvolta. Il perchè a noi pare infelice tentativo quello 
del Ceruti, che in verso sciolto italiano traslatò alcune ode di 
Pindaro. Ecco una stanza all' incontro del sig. Porto, che co- 
me per un saggio arrecchiamo. 

Folgoreggia nel tempio della gloria 

Chi fra gli applausi della turba astante 

Sitibondo anelante 

Ottien vittoria : 

Né le grandi opre chiuse 



5 

Neil' orror delle tenebre 

Scordan le sacre Muse. 

Sorgi, Diva del canto, e mille e mille 

Vibra dal sen poetiche faville. 
Non possiamo astenerci qui dal notare che il modo di dire, 
Folgoreggia nel tempio della gloria , non ci pare di ottimo 
marchio; il greco autore scrive, e a nostro avviso assai più na- 
turalmente, che nel vincere sta il sommo della gloria. Bene è 
il vero però, che il nostro traduttore non ha voluto sempre 
voltare secondo la lettera il suo originale, di che noi non sap- 
piamo in guisa alcuna lodarlo, tanto più eh' egli lascia alle 
volte di far sentire alcuni tratti del suo autore, che quali bel- 
lezze sono stati da tutti ammirati. E qui ancora si vuole por 
mente, che nella versione della stanza istessa il Tcarevévosv ré 
oi %aiT£<; (anuitque ei caesarie) di Pindaro, si desidera in- 
vano. Pure ad ogni modo, questo movimento della chioma di 
Giove dopo Omero e Fidia, tanto di celebrità ha conseguito, 
che assolutamente bisognava avvertirlo. E di vero, questo con- 
cetto una sì bella e grandiosa immagine presenta al lettore , e 
la mente gli riempie di tante e sì grate rimembranze, che il 
sig. Porto non ha fatto gran senno a trasandarlo. Poco diver- 
samente dai modi notati egli reca il 'kk'Ko'y^e de (jLe{i<po{iévoi<; 
ecrTiòg ovSap xaviva cpépetv dvziov. Pindaro canta, che Cro- 
mio sa vincer 1 invidia ed estinguerla, ut fumans vapor igni- 
um undae largifluis stinguitur ìmbribus , come letteralmente 
ed elegantemente il sig. Costa traduce, ma il sig. Porto all' in- 
contro così : 

Ove 1 eroe con i suoi doni estingue 

Il vano suon delle mordaci lingue. 
Non si trova in questo luogo resa l' idea di quelf acqua che 
spegne il fuoco dall' invidia acceso, e quindi omesso quel trat- 
to, che far avveduti ne potrebbe della maniera di scrivere 
dell' autore; oltre di che 1' immagine si trapassa eh' è princi- 



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pale elemento di ogni bella poesia. Di assai più corrispon- 
dente al testo abbiamo trovata la seconda parte dell'Oda, che 
ne descrive l'avventura di Ercole bambino. Aggiungeremo 
soltanto cosi alla sfuggita, che la prima gesta del massimo 
eroe tanto egregiamente da Pindaro è stata dettata, che altri 
poeti si volsero poi ad imitarla, e molti artisti si occuparono 
a ritrarla assai di frequente nelle opere loro. Ed in effetto, ol- 
tre la pittura, che sappiamo fatta di mano di Zeusi , e la de- 
scrizione di un'altra che nel giovane Filostrato si legge, e 
quella ancora, che nel museo di Portici abbiamo ammirata; 
una statua del Capitolino, non poche antiche gemme ed un 
basso-rilievo del Pio dementino, di questa nostra asserzione 
fan fede . In quest' ultimo si scorge i due terribili serpenti , 
che indarno studiano di liberarsi dalle mani vittoriose del fi- 
glio di Giove. Dall' una parte Alcmena stupida osserva la ro- 
bustezza della sua prole; dall'altra Anfitrione, già stretto il 
brando, si vede accorso io difesa del pargoletto. Tale insom- 
ma è l'azione, quale Pindaro la descrive. Quindi ben avrem- 
mo bramato, che non solo gì' illustratori meno famosi di que- 
sti monumenti, ma e 1' egregio Visconti, affermato avesse, 
che da Pindaro, quasi da prima sorgente, hanno attinto gli 
antichi artisti, e non già da Teocrito di tanto posteriore al te- 
bano, che nell' Ercoletto egli pure soavemente tocca tal cosa. 
Ma per ridurci là, onde siamo partiti, diremo, che il sig. Por- 
to continuando ad intendere siccome egli fa attentamente allo 
studio, potrà, quando che sia, meritare le piene lodi de' suoi 
lettori, tanto più eh' egli calca in vero la retta strada, e eh' e- 
gli è giovane, per egregi costumi, per gentilezza di animo e 
per lume di molte virtù, ragguardevole. E intitolando la sua 
versione al sig. Costa, egli lo fece con intendimento e con 
modestia assai commendevole. Pochi al certo in Italia sanno 
meglio gustare le bellezze di Pindaro, che il sig. Costa,* sicco- 
me egli ci ha offerto evidentissima pruova, con quel suo li- 



7 
bro,da noi le più volte corso con tanto piacere. Anzi diremo, 
di una in altra versione trapassando , che il sig. Costa non 
solo al francese Sudorio, suo predecessore nel metter Pindaro 
in latino, fa ottimo paragone, ma lo ha reso con tanta mae- 
stria, quanta, a nostro avviso, non se ne possa più avanti. An- 
che un altro traduttore latino ( se prestiam fede al Gaddio , 
De scrìptoribus non Eccles. T. I. p. 269. ) il greco lirico 
avea trovato in Benedetto Lampridio Cremonese, ma non sap- 
piamo se la sua versione sia mai stata stampata. Il Sudorio 
non sempre elegante, né forbito scrittore latino, ove non in- 
tese il suo testo, si lasciò trasportare alla ventura meraviglio- 
samente dal suo autore allontanandosi, e non di rado scambiò 
1' antico greco liquore di Pindaro, non già nell'ardente Faler- 
no d Orazio, masi bene in scipito acquerello. Pare all' in- 
contro che il sig. Costa abbia trovato lo stile del Venosino poe- 
ta, tanto egli è spiritoso, soave, vivace. È vero che egli alle 
volte per far sentire un epiteto del suo originale, in mancan- 
za di un corrispondente latino, con religione forse soverchia, 
per un certo circuito di parole lo rende, di che a prima vi- 
sta tacciare lo si potrebbe d illanguidire cosi un poco 1' ener- 
gia del suo autore, ma da quest'accusa ben si potrà vendicar- 
lo, sopratutto chi si ricorda dell' v^^psiiér^g d'Omero, re- 
so da Orazio col tremendo Jupiter ipse ruens tumultu. Né si 
vede meno intendente il sig. Costa della lingua di Pindaro, 
di quello che bellissimo scrittore si scorga della latina. Anzi 
tanto è la sua perizia del greco idioma, che qualche passo di 
Pindaro ci è paruto meglio recato nel verso latino, che nella 
prosastica traduzione del celebre Heyne. Cosi a modo d' esem- 
pio, nell'Olimpica settima il poeta levando a cielo il valore 
de' Rodiani neh' arte statuaria, dice ( secondo 1' Heyne v. 94-) 
che Pallade Minerva dedit illis, artificio omni terrarum in- 
coiai adfabre industriis manibus vincere. Jam opera ani- 
malibus iisque gradientibus similia viae ferebant, eratque 



8 
plorici ingens. Ed il sig. Costa: cesiisque Diva oculis dedit, 
ut sagaci labore possent vincere daedalas Quascumque ter- 
ris artijìcum manus . Jam signa passim rjnae putares vivere 
et endogredi per urbem viae ferebant, ibat et indidem Su- 
pciba genti gloria: Nel qual luogo ci pare assai meglio reso 
il t,aoìoiv èpTzóvzeool 0' òfMoia* E acutamente ancora vide 
il sig. Costa, intendendo puntato diversamente dall' Heyne il 
v- 2 5. della terza pitica. Si tocca di Coronide dicendo, "A?L- 
Tiov aXvY\o& yà[Jbov , xpvfiSav rra?pÒ£, lìpóatìsv àxepaf.aó^a 
(ii%0£iaa Ooì.tfc). Nell'edizione dell Heyne il xpvfiSav Ttarpòg, 
essendo posto tra due virgole, non si sa se attaccarlo si deb- 
ba all' antecedente o al susseguente membro del periodo. Se si 
presta fede allo Scoliaste ed alla nota dell' illustre prof, di Got- 
tinga, al primo membro avrassi ad appropriarlo, e di conse- 
guenza, tradur così. Alias ( Coronis ) probavit nuptias ciani 
patre, antea cum intonso consuescens Phaebo . Ma, secondo 
Esiodo, le nozze tra Coronide ed Ischia furon solenni, né do- 
vevano esser fatte di nascosto del genitore , bensì l'avere di se 
fatto copia ad Apollo, aveva da rimanere per tutti segreto. 
Ottimamente dunque il sig. Costa così tradusse: Itonsum 
spernens, alias laudarat iniquo Errore mentis nuptias, Mi' 
xta Deo primum ciani patre^ gerensque verendi Praelustre 
pignus seminis . Ma ove tutte noi volessimo accennare le do- 
ti, che in questa versione di frequente s'incontrano, ci ver- 
rebbe meno più presto il tempo, della materia. Oltre di che, 
tutti quelli che si recheranno a scorrere questo bel libro, per 
se soli accorti si faranno di assai più cose, che il debole no- 
stro ingegno non sa mostrare. Stimiamo, per questo, men 
perduta opera l' andar discorrendo intorno a qualche passo di 
Pindaro, che intendiamo diversamente dall Heyne, dal sig. 
Costa, e da tutti gli altri interpreti e traduttori del nostro 
poeta. 

Parlando, prima di tutto, della quarta Nemea, troviamo 



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nella più parte dei codici così scritto il verso g5. Ta AcuSà- 
Xov de fia^alpa. L' Heyne seguendo la lezione di Didimo, 
lesse A<xi(5a/tG>, e tradusse: artificiose fabrefacto gladio. Ma 
noi non crediamo che per nessuna condizione sia da violare 
l'antica scrittura, anzi siam di parere, che leggendo Aooioa- 
"kov si abbia da tradurlo per Vulcano. Pindaro narra le avven- 
ture di Peleo e 1' inganno orditogli da Acaste, quando che ri- 
trovatolo addormentato sul monte Pelio, gli nascose la spada 
perchè fosse morto dai Centauri. Trovasi la cosa istessa più 
largamente narrata da Apollodoro ( L. 3. e. 1 3. §. 3.) e da Esi- 
odo (V. Schol. Pind. vers. eod. ) il quale aggiunge, essere sta- 
ta questa spada lavoro del zoppo dio Vulcano. Lo stesso Sco- 
liaste di Pindaro scrive : Disse la spada di Dedalo perchè 
da Vulcano è stata fabbricata kaiòàhov Sé elire rvjv fiatai- 
pav Sta tò Vito Hcpaiozov %arecr%evao-0cu: e Omero ezian- 
dio nel diciottesimo libro dell Iliade, chiama Dedalee le ope- 
re di Vulcano. E di più ancora , un vaso antico pubblicato 
dal Mazocchi, offre dipinto un Vulcano? che invece del suo 
nome ha scritto il suo attributo AaidaKog. Ovvj , allo stesso 
modo, sono presso gli antichi gli esempj, che usurpano 2o)- 
rsipa per ApT£{iig, e Cibele per Rea. Esiodo adunque, lo 
Scoliaste ed il vaso dipinto, gli occhi ci hanno aperto dell' in- 
telletto, e ci han fatto accorti che il AaiSahov di Pindaro per 
Vulcano semplicemente si debba tradurre. Per le quali cose 
tutte crediamo, che il sig. Costa male spiegò il Dedalum 
idest fabrefactum e conseguentemente tradusse: Peliae nam 
credula proles, Decepta dictis feminae Insidias regi moli- 
ri cepit, et atram Dempto ense dedalo necem. 

Anche il settimo verso dell'undecima Olimpica, troviamo 
reso dall' Heyne, con poca fedeltà. Ingens vero haec laus, 
Olimp ionie is reposita est y ed il sig. Costa invece: Livoris 
umbram riesciti et inclitos Lux ista laudi s sacrat Olympiae 
aeterna victores . Ma il testo ha 'AcpOóvazoc; <$" alvog O, o. a. 



IO 

né sappiamo perchè 1' Heyne traduca X ktyd ovaio q per in- 
gens. Il sig. Costa all'incontro, scrive che questa lode non 
può essere oscurata dall' invidia, ma ed egli pure doveva av- 
vertire, esser V àcpOàvarog in greco un derivato equivalente ai 
derivati italiani che hanno la loro desinenza in bile o evole, 
e doversi intendere come quella lode, che non si deve invi- 
di re o negare ai vincitori d'Olimpia, ma anzi pienamente 
accordare. Diversamente adunque egli intese, così notando: 
Potest ou idem delere imagines ^ et statuas illustribus erectas 
viris invidia avertere 3 sed gloriam commendatam hjninis 
evellere ex omnibus animis nequaquam potest. 

Ali i stessa guisa crediamo erronea 1 interpretazione che 
1' Heyne a suoi lettori offerisce del v. 68. nella decima Ne- 
mea. Ivi si loda 1' Argivo Tieo vincitore de' giuochi Panate- 
naici, ed aggiungesi che per questo suo fatto seco ad Argo 
portò il frutto dell' ulivo chiuso ne' vasi di terra cotta ben 
marezzati. L Heyne invece volta così: In terra igni cocta 
( Ivydria jìglina ) fructus oleae reportotus est ad Junonis 
fortem populum , in vasorum receptaculis ( theca aenea) va- 
riegatis. Dove appare, secondo 1' Heyne, che tali vasi si 
chiudessero pur essi entro un bronzo ben lavorato; onde il 
sig. Costa seguendolo così si esprime: cretaeque in vase per 
ìgnes ab arte cocto , et daedalis Incluso thecis pretiosi ne- 
ctar olivi Donum Minervae, judices victori dederunt . Ma 
Pindaro dice: yaia Òè xavds'ioq nvpl xapnÒQ éXaiag E/ao- 
?ì£V Hpa<; tbv evdvopa Aaòv, év àyyéav Epxeaiv Tcaincoi- 
Kikoic,, e ciò vuol dire letteralmente che f Argivo Tieo seco 
portò il frutto dell' ulivo ne' vasi di terra cotta tutti intorno 
serpeggiati o dipinti ad onde , i quali chiudono quest olio. 
Le poco naturali ed insufficienti spiegazioni de Greci scolia- 
sti tanto lontani da' tempi di Pindaro sono di lieve anzi di 
nessun -peso. 

L'ultima metà della seconda Pitica è sempre stata, diciam 



11 

così , la croce degl' interpreti . L' Heyne stesso confessa di 
non intendere scrivendo: Locus , qui sequitur, vix unquam 
satis in luce constitui poterit, quia sunt brevia enuntiata ^ 
abruptim posita, et cum respectu ad res quas ignoramus » 
Noi pure in detto luogo faremo manifesto il parer nostro co- 
minciando qui dall' esporre quanto più brevemente^ l'argo- 
mento dell Oda. Il poeta commenda a cielo Gerone, magni- 
ficando la sua pietà , che lo consigliò a soccorrere i Locre- 
si. Aggiunge esser proprio della pietà stessa il render grazie 
per i benefizj ricevuti, e dimostra coli' esempio d' Issione , 
quanto sia in odio agli Dei l' ingratitudine. Ma narrata di vo- 
lo la favola d' Issione, teme di averla tocca con troppa maldi- 
cenza, vizio abborrito dagli abitatori d'Olimpo, e causa ad 
Archiloco di mille avversità. Gerone bensì da ogni difetto 
lontano, anzi di tutte virtù adorno, poteva chiamarsi felice 
regnante. La sua fortuna non era inferiore alla sua sapienza, 
e le immense ricchezze, la fertilità dell' impero, la moltitudi- 
ne dei popoli , le segnalate frequenti vittorie, lo rendevano 
veramente glorioso. Se non che Pindaro lo esorta a non dar 
orecchio alla lode de' lusinghieri, ma ad esser sempre a se 
medesimo eguale, di conservarsi insomma quale da natura 
era stato fatto. E per distoglierlo sempre più dagli adulatori, 
ricorda alla sfuggita una favola dettata da quell' Archiloco 
stesso, eh' egli poco prima avea nominato. Qui è il luogo non 
inteso dall' Heyne, a cui non cadde in pensiero che il poeta, 
come tanti altri antichi autori, alludesse alla famosa favola dì 
Archiloco della Scimia e della Volpe. Intorno a questo satiri- 
co racconto, che per nostra sventura è andato smarrito, non 
altro sappiamo , se non che si parlava della bellezza del corpo 
e della nobiltà dei natali. Diciamo adunque seguitando, che 
il sommo lirico per distorre Gerone dai lusinghieri aggiunge. 
E divulgato anche presso i ragazzi, ( pueris decantatimi ) 
come 1' adulatrice Volpe avea facilmente persuasa una Sci» 



« 

« 



12 

„ mia di aversi per bella e di grande prosapia . u In questa 
guisa pare almeno, che abbia ad intendersi il xaXóc, iol ^idov 
Tcapà Tiaioìv atei %aKóq. la bellezza della Scimia è decan- 
tata da tutti i ragazzi. Così Pindaro da sommo Lirico toc- 
cando appena la favola, ma il sig. Costa traduce: Bellula si- 
mia , at semper pueris bellula non yiris: aggiungendo di suo 
quel non viris , per dare un qualche senso al concetto. Che se 
ancora tu leggi più avanti, troverai nominata la Volpe secon- 
do interlocutore del racconto di Archiloco. „ O Gerone, se- 
„ guita 1' autore, Radamanto tanto avuto in onore dagli Dei 
„ non si è dato in preda ai cortigiani. Questi artefici di fi - 
„ di, sono di costumi eguali alla Volpe." Si legga poi nel 
guente periodo népSei, o forse meglio xepooì sarà indiffer 
te, non però cosi, che il secondo modo non sia meno inde- 
gno del poeta. In effetto nel primo si dovrà tradurre secon- 
do l'Heyne: Quoad lucrimi vero, quid adeo hoc lucrosum 
est ? ma nel secondo invece: Sed quid prosimi Vulpì hae 
aslutiaeì „ Qual vantaggio poi ha tratto la Volpe? Non io, 
,, aggiunge tosto, sarò partecipe di tanta impudenza; coltivo 
„ gli amici e a viso aperto, perseguito al par di un Lupo 1 i- 
,, nimico molesto. tc 

Queste cose, che noi siamo andati notando nel testo di Pin- 
daro, sottoponiamo al giudizio di quei purgati spiriti, che 
vanta ancora a d'i nostri l'Italia; e se con migliori ragioni il 
contrario per essi ne verrà dimostrato, siamo pronti a ricre- 
derci e darci per vinti. Certo che noi potremmo nominare di 
molti, che, e per forza d' ingegno, e per dovizia di erudizio- 
ne, hanno potere di ragionare di Pindaro, ben con altro sen- 
no, che noi non abbiam ragionato. Ma siamo solo nella spe- 
ranza, che quella bontà e facilità di costumi, che non può 
andar disgiunta dalla vera e soda dottrina farà sì, che le no- 
stre osservazioni saranno, da questi stessi, con amiche orec- 
chie ascoltate. 



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